Castità preti e pedofilia

Quando ci si pone un obiettivo da realizzare, è importante che questo sia realistico, raggiungibile, realizzabile: se non fosse così, la motivazione individuale a raggiungere quel traguardo fatalmente cadrebbe, portando il proprio progetto al fallimento.

Allo stesso modo, quando una persona decide di seguire la sua vocazione religiosa, almeno nella religione cattolica, deve giurare a sé stesso e al mondo che si asterrà da qualsiasi attività sessuale, rimanendo casto/a per tutta la vita. C’è da chiedersi: è, questa, una dichiarazione di intenti che l’essere umano è realmente in grado di sottoscrivere? La castità a vita può essere considerato un obiettivo realistico, raggiungibile, realizzabile?

Nella storia delle religioni, non è infrequente che al prete venisse richiesta una vita ascetica, caratterizzata dal rifiuto dei piaceri terreni e tutta volta a superare i bisogni del corpo, per raggiungere una maggiore spiritualità. Si è sempre ritenuto infatti che un corpo purificato, non dedito ai piaceri della carne, potesse accogliere un’anima più pura, più vicina al divino.

Il sacerdote, rinunciando ai piaceri della sessualità, liberandosi dal desiderio stesso, attraverso le pratiche millenarie della meditazione e della preghiera, dovrebbe riuscirebbe ad espandere la propria coscienza umana, per entrare direttamente nell’esperienza della coscienza infinita, del Dio,  permettendo al suo spirito di essere più attento, più sensibile, più partecipe del divino dentro di sé e intorno a sé.

Il voto di castità avrebbe dunque lo scopo di permettere al sacerdote di dedicarsi totalmente alla preghiera ed all’opera di Dio, ad imitazione di Cristo (che scelse per sé stesso il celibato). Questo impegno alla castità, nella religione cattolica, comporta non solo la rinuncia al matrimonio, ma anche  l’inibizione da tutti gli atti proibiti dal VI comandamento (Non commettere adulterio, poi trasformato in “non commettere atti impuri” in cui si nota una sottile, ma importante differenza) e dal IX comandamento (Non desiderare la moglie del tuo prossimo). Ogni peccato contro il VI e il IX comandamento è ipso facto, considerato  un peccato contro la virtù religiosa.

Nei primi secoli della Chiesa non veniva imposto ai sacerdoti di rimanere celibi. E’ noto ad esempio che San Paolo indicasse, come criteri di selezione per un buon Vescovo, il fatto che questi fosse sposato, purché con una sola moglie e con figli ubbidienti. La prima regola sul celibato dei preti fu approvata nel 325, al Concilio di Nicea, dove venne stabilito che i preti non avrebbero potuto sposarsi dopo l’ordinazione sacerdotale (mentre gli uomini già sposati che volevano diventare preti non avevano alcun obbligo di rinunciare alla propria moglie).

Con il Concilio romano del 386 venne per la prima volta stabilito che vescovi e sacerdoti sposati non potevano più convivere con le proprie mogli. La norma fu ampiamente disattesa: basti pensare che Papa Alessandro VI Borgia divenne Papa nel 1492, a 65 anni, dopo aver avuto innumerevoli amanti, un paio di concubine ed almeno sei o sette figli, fra cui la celebre Lucrezia .

Solo con il Concilio di Trento (1545-1563) si sancì, in forma inequivocabile, l’obbligo del celibato per tutti i sacerdoti.

Tornando ai giorni nostri, questo giuramento di astensione totale dai piaceri della carne a quanto pare riesce a pochi, pochissimi  eletti e, forse, per questo motivo molti sacerdoti finiscono poi per perdere la vocazione iniziale, lasciandosi andare alle perversioni e alle parafilie di cui quasi quotidianamente la cronaca ci parla (in particolare riguardo ai casi dei preti pedofili, dapprima fortemente negati dalla Chiesa cattolica, poi timidamente ammessi ed ora lautamente risarciti).

La Chiesa si difende, sostenendo che i casi di pedofilia fra i preti non sono al di sopra della media generale, non sono al di sopra della media dei sacerdoti pedofili di altre religioni (anche di quelle in cui i ministri di culto possono contrarre matrimonio) e sarebbero dovuti più ad una tolleranza all’omosessualità che vi sarebbe stata negli anni settanta nei seminari, piuttosto che ad un problema psicosessuale dei preti, dovuto alla scelta di castità.

Se ancor oggi qualcuno parla di queste denunce dei preti pedofili come di un “furore ideologico” contro la Chiesa, molti altri cominciano a chiedersi se effettivamente vi sia un collegamento fra pedofilia e celibato, fra abusi sessuali e voto di castità.

Non è, del resto,  una novità: lo stesso Lutero scrisse sull’argomento che era del tutto ingiustificato vietare il matrimonio e pretendere dal sacerdote un voto di castità a vita. Nel fare ciò la Chiesa si comportava da tiranna, producendo in questo modo innumerevoli e quotidiani peccati contro la castità nei suoi preti.

Sicuramente andrebbero fatti seri studi sulla condizione del celibato e della castità, possibilmente esenti anche dal semplice sospetto di partigianeria per l’una o l’altra scuola di pensiero, per l’una o l’altra religione.

Resta il fatto che la pedofilia è indubbiamente espressione di una sessualità malata, che abusa dell’ingenuità delle vittime (le quali tendono poi a ripetere gli stessi abusi vissuti su altri soggetti, attraverso il meccanismo dell’identificazione con l’aggressore, perpetuando così la condizione).

Non basta dunque risolvere legalmente e psicologicamente quello che è già accaduto: occorre prendere decisioni per evitare che possa succedere di nuovo.

fonte clinica della coppia 

19/02/20160