Sess e dominio

Sulle violenze, anche sessuali, contro le donne del Capodanno di Colonia, Amburgo, Salisburgo e diverse città europee, il Centro di Studi sul gender dell’Università di Colonia (GeStiK) ha preso una posizione femminista, laica, quasi universale.

«Le violenze sessualizzate contro le donne hanno una storia costante in tutte le società patriarcali», spiega la direttrice Susanne Völker, «violenze che vengono praticate sotto diverse combinazioni culturali, religiose e geopolitiche, a Nord come a Sud, a Est come a Ovest».

Violenza, in tedesco, si dice Gewalt, che significa anche «forza» e per estensione «autorità», «potere»: un potere dunque imposto con la forza e non una forza positiva di reazione vitale (Kraft) o un potere politico anche dominante (Macht), non violento, i concetti più neutri espressi dagli altri due sostantivi.

Il passaggio da Macht a Gewalt, la sua degenerazione nell’abuso di potere, è quanto per Völker da sempre avviene nelle società patriarcali, dove «ciò che è realmente umano viene invece generalizzato nel maschile, diventando dominanza».

La lingua tedesca esprime bene nella parola Gewalt la zona grigia tra potere e violenza, un incontro che si esplicita anche nel sesso, e per il pensiero femminista le «violenze sessualizzate che marcano i corpi feriti delle donne» sono lo sfogo di una forza maschile e patriarcale.

Quanto accaduto soprattutto a Colonia, nella notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, per il GeStiK non trova di conseguenza la sua base nelle società islamiche: il modello della «dominanza maschile» è al contrario rappresentato per eccellenza dalla «figura sociale dell’uomo bianco, europeo, eterosessuale, post-coloniale» che poi ha trovato concorrenti.

Il patriarcato e la logica della guerra 

In questa interpretazione delle dinamiche tra sesso, potere e violenza il punto secondo Völker è, sempre e comunque, il possesso delle donne come «destinatarie della potenza maschile», le violenze sessuali come «prassi tra uomini eterosessuali verso le donne e altre alterità, che diventano specchio della potenza d’azione dell’uomo e che vengono strumentalizzate».

Da secoli la donna ha lottato e lotta per liberarsi dalle costrizioni patriarcali, l’acme di violenze e abusi contro di loro che oggi attraversa in particolar modo – ma non solamente – l’Islam, trova per l’esperta di gender la sua base negli «odierni rapporti globali di diseguaglianza e sfruttamento». È quanto significativamente la filosofa Judith Butler, con la politica Usa di George W. Bush dopo l’11 settembre 2001, definì la «logica della guerra» che avrebbe avuto effetti così deleteri su così tante masse non integrate, abbrutite, marginalizzate.

Il fil rouge tra sesso e potere in un’ottica darwinista dei rapporti di forza – forza maschile, nell’evoluzione selettiva della specie – è stata materia di indagine anche dell’antropologa e storica americana Laura Betzig, studiosa di dispotismo e democrazia e autrice dei volumi Human Reproductive Behaviour (1988) e Despotism and Differential Reproduction (1986), quest’ultimo definito un’«importante esplorazione del significato biologico dell’ingiustizia, che conferma la visione pessimistica sull’abuso di potere». Argomento affrontato anche nel saggio del 2001 Körper, Religion und Macht (Corpi, religione e potere), a cura dell’antropologa sociale Ulrike Davis-Sulikowski dell’Università di Vienna, e negli studi del biologo sociale olandese Johan van der Dennen, che svincola tuttavia la catena darwinista da logiche esclusivamente patriarcali.

Lo studioso dell’Università di Groningen, autore del libro L’Origine della guerra (1995), definisce il potere «un forte afrodisiaco» degli «uomini egocentrici, dispotici e ingordi», che hanno anche una «libido iperattiva». Ma potere e mancanza di scrupoli possono essere eccessi maschili come femminili, «anche le donne potenti hanno un appetito sessuale maggiore». Per van der Dennen inoltre, per quanto l’istinto sessuale implichi sempre e comunque un ritorno agli impulsi primordiali, il bisogno maggiore di sesso dei potenti e spesso anche di più partner non equivale a uno sconfinamento nella violenza.

Le persone di potere sono dei vincenti, non ne hanno bisogno. Al contrario, «tutti gli studi sulle violenze di tipo sessuale dimostrano che a commettere stupri e altri abusi sono nella maggioranza dei casi giovani uomini impotenti o emarginati», il caso (anche) delle violenze di Colonia.

Sesso e dominio

L’afrodisiaco che più intriga ed esalta nell’esercitare potere su uno o più partner è sempre e comunque la sottomissione dell’altro. Nel suo lettissimo blog sulla Frankfurter allgemeine Zeitung, l’ex lavoratrice del sesso Despina Castiglione (pseudonimo della protagonista del Così fan tutte di Mozart) contesta il maschilismo ma anche le tesi delle femministe accademiche sul patriarcato.

«Potere e sesso» per Despina, «è un binomio che in un modo o nell’altro fa sempre parte di una relazione» e anche le donne, in special modo le prostitute, possono vivere il sesso da una «certa posizione di potere» sugli uomini. Anche i giochi di dominanza e sottomissione possono essere divertenti per entrambi, a patto che il contatto sessuale sia sempre un «potere e non un dovere».

In caso contrario, il «sesso senza il riconoscimento del valore dell’altro diventa strumento di potere, una battaglia dei sessi che spesso sfocia in una guerriglia privata senza vincitori». Il problema «non sta nel potere, che nel sesso c’è sempre e c’è sempre anche una parte in una posizione di vantaggio, ma nell’abuso di potere». E però chi ha più forza, biologicamente, tra uomo e donna, e da dove scaturisce la violenza fisica nella, certo lunga, catena di cause ed effetti? Anche Depina ammette che nel sesso, come in tutte le passioni, «l’equilibro è un esercizio difficile».

 

06/02/20160